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La prevenzione sanitaria è una rivoluzione culturale
07-01-2014


di Gianfranco Fabi

Vi sono due documenti particolarmente significativi, quasi pietre angolari, per la medicina. Il primo, del quarto secolo prima di Cristo, è il fondamentale giuramento di Ippocrate che viene considerato, soprattutto da un punto di vista filosofico-morale, come il caposaldo della professione medica. "In qualsiasi casa andrò – vi si afferma - io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario".

Il secondo documento risale a oltre duemila anni prima di Cristo ed è certamente meno noto: si tratta di un testo classico della medicina cinese che afferma: "I medici saggi non trattano le persone già ammalate, ma istruiscono quelle sane su cosa fare per non ammalarsi. Somministrare medicine per curare malattie già conclamate è comparabile al comportamento di coloro che si mettono a scavare un pozzo dopo che è loro venuta sete o a quello di coloro che forgiano le armi quando la guerra è già stata dichiarata".

Ippocrate viene considerato il capostipite della medicina moderna, soprattutto per aver tentato di superare il concetto allora tradizionale della malattia come espressione della collera degli Dei. Il medico invece doveva essere un operatore con la volontà di conoscere soprattutto l'anatomia e le patologie più che il mediatore tra l'uomo e le divinità. L'anonimo saggio cinese e il suo elogio della prevenzione avrebbe diritto a un posto altrettanto di rilievo. E strettamente collegato a questo, sempre nell'antico Oriente, si narra che i medici venissero ricompensati per ogni giorno di salute dei propri pazienti e che vi fosse la sospensione del pagamento qualora questi ultimi si ammalassero. Probabilmente una  leggenda, peraltro non priva di provocatoria saggezza, per sottolineare l'importanza della prevenzione, per mettere in luce come la missione del medico non sia solo quella di curare il malato e di lottare contro la morte, quanto soprattutto quella di conservarne la salute ed il benessere.

Oggi sarebbe una rivoluzione premiare i medici solo per il fatto di mantenere in salute le persone loro affidate. Sarebbe una rivoluzione, magari complessa da mettere in pratica, ma profondamente utile. Perché se è vero che esistono progetti, programmi e strutture che si occupano di prevenzione sanitaria, è altrettanto vero che questa prospettiva non costituisce ancora un orizzonte esplicito e condiviso sia da parte di chi opera direttamente all'interno del sistema sanitario, sia da parte di chi comunque ha un'incidenza culturale e sociale nell'indirizzare gli stili di vita delle persone.

Se è ormai entrato nella pratica quotidiana, e generalmente accettato, l'uso della cintura di sicurezza in automobile o del casco in motocicletta, non c'è ancora un'analoga attenzione verso i comportamenti quotidiani che possono comportare a medio termine conseguenze negative per la salute e la vita stessa delle persone. Il fumo, un uso eccessivo di alcolici, un'alimentazione ricca di grassi, una scarsa attività fisica sono tutti comportamenti che mettono a rischio il benessere individuale e la buona condizione delle persone. E che insieme comportano anche una crescita significativa della spesa sanitaria.

Ma se la legge può imporre l'uso del casco può essere solo la cultura, unita alla coscienza personale, ad evitare stili di vita che possono creare le condizioni per l'insorgere di gravi patologie. Una cultura che può derivare da tanti elementi: la scuola innanzitutto, ma poi l'informazione, le relazioni sociali, la testimonianza di persone di prestigio, il confronto aperto. In questa prospettiva il ruolo degli operatori nel campo della sanità, con i medici di famiglia in primo piano, non appare solo importante, ma decisivo. Perché hanno dalla loro parte non solo l'esperienza e la competenza, ma soprattutto la credibilità e l'autorevolezza. E allora non sarebbe un controsenso premiare il medico che non fa ammalare le persone a lui affidate.

La prevenzione appare l'unica strada seriamente percorribile per frenare quella marcata tendenza alla crescita della spesa per la sanità, una crescita che deriva da un insieme di fattori che comprendono l'evoluzione tecnologica, l'invecchiamento della popolazione, l'adozione di nuovi protocolli diagnostici e terapeutici, ma in cui un posto significativo va riservato a quello che potremmo chiamare il degrado della condizione di vita delle persone. Un degrado che è costituito dal sovrappeso che diventa obesità, dalla pressione alta che mette a rischio gli organi vitali, dall'abuso di alcool (per non parlare delle droghe) che debilita l'organismo: tutti elementi, espressione anche di disagio sociale, che sono tristemente in crescita nella società contemporanea.

Ecco perché la rivoluzione culturale della prevenzione appare sempre più urgente. Guardando al benessere delle persone innanzitutto, ma senza mettere in secondo piano gli effetti positivi sulle tendenze della spesa sanitaria. In fondo si tratta solo di tornare a comportamenti guidati dal buon senso. Anche se è sempre di attualità l'osservazione del Manzoni guardando ai comportamenti delle persone di fronte alla peste: "il buon senso c'era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune".

Investire nella prevenzione, come spiega il rapporto curato dalla Fondazione Farmafactoring, costituisce quindi una doppia carta vincente: può migliorare il benessere "soggettivo" da una parte e dall'altra aiutare una strategia di sostenibilità del Sistema sanitario. Ma è necessaria una visione ampia perché, come afferma il rapporto, "Investire in prevenzione vorrà quindi dire studiare e implementare strategie che non saranno necessariamente limitate a interventi nel settore sanitario. Al contrario, sarà necessario effettuare interventi che: i) promuovano e consentano ai cittadini italiani di vivere una vita sana, attiva e indipendente sino a tarda età, ii) contribuiscano alla sostenibilità ed efficienza del sistema sanitario, sociale e del welfare, e iii) contribuiscano all'ideazione di prodotti e servizi connessi al benessere, alla longevità e all'invecchiamento attivo in salute". Ma per ottenere questi risultati appare necessario ripensare l'intero servizio sanitario sia coinvolgendo più strettamente gli ambiti culturali, soprattutto la scuola e i luoghi di impegno sociale, sia realizzando incentivi e premi per i comportamenti virtuosi.

Una simulazione illustrata nel rapporto e realizzata al Ceis di Tor Vergata, dimostra come nel 2045, il differenziale tra lo scenario tendenziale attuale e quello in cui si ritarda l'insorgenza delle patologie croniche di 20 anni (come è possibile attraverso un'adeguata opera di prevenzione) sarebbe di circa 8 miliardi di euro in termini reali, equivalente a una riduzione di circa il 25% della spesa medica dedicata ai servizi sanitari.

In quest'ottica la riduzione della spesa sanitaria si ottiene senza tagliare, anzi migliorando, i servizi verso i cittadini. E' sarebbe questo un modo molto concreto di "riqualificare" la spesa anche perché, come afferma il rapporto "intervenire oggi in modo appropriato avrà un costo diretto notevolmente inferiore rispetto a quello che si avrà tra dieci o venti anni. Senza poi contare i risparmi che si potranno generare in termini di costi indiretti, in particolare quelli che afferiscono alla qualità della vita delle persone affette da patologie croniche e quelli che derivano dalle ridotte capacità lavorative".

L'Italia anche sul fronte della prevenzione ha un gap da superare rispetto agli altri paesi perché è agli ultimi posti nelle classifiche dell'Ocse con una quota che si ferma all'1% della spesa sanitaria contro una media del 3%. La prevenzione – conclude il rapporto della Fondazione Farmafactoring – costituisce  tuttavia la soluzione migliore sul fronte della necessaria strategia dei risparmi di spesa perché, spostando l'attenzione dall'ospedale al territorio, ha l'obiettivo di "evitare di generare i bisogni sanitari e, quindi la spesa stessa".


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